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Le risorse del Web 2.0

“Il web è più un’innovazione sociale che innovazione tecnica. L’ho progettato perchè avesse una ricaduta sociale, perchè aiutasse le persone a collaborare e non come un giocattolo tecnologico. Il fine del web …

Sicurezza e anonimato nella civiltà di Internet

A colloquio con….
Giusella Finocchiaro

“Nella civiltà che definiamo per convenzione tecnologica, spiega nell’intervista Giusella Finocchiaro docente di diritto di Internet e curatrice di un importante e innovativo saggio sul Diritto all’anonimato edito  da Cedam -  è accaduto che non siamo più anonimi, neanche quando lo desideriamo. Siamo sempre con una telecamera di videosorveglianza puntata addosso, con un operatore di telefonia mobile pronta a registrare i movimenti che facciamo. Il cittadino medio invoca perciò protezione, richiamando quella nozione di anonimato che i giuristi avevano studiato all’inizio del secolo scorso e che poi era stata trascurato. La legge deve vivere dentro le tecnologie”.

di Massimiliano Cannata

La “vita digitale” nelle sue mille sfaccettature è il “dato”, la cifra esistenziale necessaria per ridefinire l’autonomia del singolo, per rafforzare la sfera di una nuova generazione di diritti che devono caratterizzare la società post tecnologica, per difendere quel “recinto personale e privato” che attiene alla sensibilità, all’immaginario di ciascuno e che come tale deve rimanere nel campo dell’ intangibile. Prof. Finocchiaro Lei si occupa da sempre di questi temi che sono al centro del dibattito,  ha recentemente curato per l’editore Cedam un importante volume sul Diritto all’anonimato (Anonimato, nome e identità personale). Nella società dell’immagine, del controllo, della sorveglianza il suo appare un lavoro quasi in contro tendenza. Può illustrarci i presupposti da cui è partita la ricerca?
L’anonimato dopo aver suscitato l’attenzione dei giuristi all’inizio del secolo è rimasto sostanzialmente trascurato. Oggi questo tema è tornato prepotentemente di attualità, paradossalmente proprio in virtù di questa trascuratezza. Nessuno di noi è più anonimo neanche quando lo vuole. Siamo costantemente con una telecamera di video sorveglianza accesa, con un operatore di telefonia mobile che registra tutti i movimenti che facciamo. In un contesto evoluto ma anche fragile l’anonimato è un valore che il cittadino medio desidera. Il punto chiave da cui muove la ricerca che ho sviluppato con i miei collaboratori è dunque molto semplice: appurato che esiste l’esigenza diffusa di restare anonimi, tale esigenza può configurarsi come diritto ? Questo concetto che sembrava scomparso nella dimensione della società tecnologica, può riemergere come diritto dell’individuo a godere di uno spazio di libertà incomprimibile ?

La sua ricerca che risposta dà a questa domanda ?
Innanzi tutto bisogna cercare di capire se esiste in Italia un diritto all’anonimato. Se la risposta è positiva bisogna vedere in che fattispecie, quali leggi cioè lo configurano. E’ un diritto della personalità ? La risposta è articolata. L’anonimato in assoluto non è un diritto, talvolta l’anonimato risulta addirittura indifferente al diritto, in qualche caso assume le sembianze di un dovere. Alcune norme lo vietano espressamente, sto pensando alle leggi antiterrorismo o allo stesso decreto Pisanu.

Un contesto interpretativo così sfaccettato quali conseguenze comporta?
E’ comprensibile registrare il divieto all’anonimato in un momento in cui assistiamo ad un’escalation della paura. Al di là degli eventi critici che si sono verificati dall’11 settembre ad oggi, è il livello di insicurezza percepita che è aumentato,  la sensazione di essere sotto scacco. E’ successo che in sintonia con una precisa evoluzione della società del rischio, per usare la nota definizione di Ulrich Beck, l’anonimato ha così assunto vesti differenti nei diversi ambiti giuridici in relazione al tessuto storico e culturale di cui ogni paese è portatore. Quando si cerca una definizione generale dell’anonimato si finisce col configurarlo quale strumento finalizzato a garantire in misura sostanziale il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali. Non c’è quindi un diritto in sé, esso risulta semmai strumentale al raggiungimento dei diritti cosiddetti di prima generazione, diritti della personalità quindi definibili come fondamentali. Naturalmente l’anonimato va sempre bilanciato con altri diritti e altre esigenze. Lo stesso avviene con il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali che non è assoluto, ma necessita di continui contemperamenti e bilanciamenti.

Armonia ragionevolezza e diritto


Armonia e ragionevolezza. Due termini che hanno una storia culturale precisa e che rimbalzano nel suo lavoro. Armonia fa pensare al mito classico, alle nozze che la legano a Kadmo, eroe astuto e forte, la ragionevolezza ci riporta alla temperie illuministica, ad un clima culturale che avrebbe gettato le basi di una nuova civiltà del diritto. Nel “pluriverso” cangiante dell’information communication society questi concetti possono trovare riconoscimento sul terreno giuridico ?
La ragionevolezza è un concetto che si sta affermando nelle nostre aule di tribunale. La Corte Costituzionale e la Cassazione hanno fatto sì che rientrasse a pieno titolo nel nostro ordinamento. Qual è il nesso tra questi concetti e quanto stiamo dicendo? E’ molto semplice. Non esiste un anonimato assoluto nell’epoca tecnologica. Se pensiamo che le informazioni non siano in nessun modo riconducibili al soggetto con i sofisticati strumenti di investigazione e di comunicazione di cui disponiamo allora stiamo inseguendo delle utopie. L’anonimato dipende da alcuni parametri necessari a trasformare i dati non identificativi in elementi di identificazione. I fattori cruciali che dobbiamo analizzare sono: il tempo, le risorse e le tecnologie. Se un’impresa o un’istituzione è in grado di sostenere costi illimitati, il processo di identificazione può avvenire in maniera capillare. L’armonia, per restare alla domanda,  è l’equilibrio che va ricercato tra queste componenti.
Costi, tempo e strumenti sono i parametri che ci consentono di capire se il dato è più o meno anonimo. La loro valutazione deve rifarsi ad un criterio di ragionevolezza. Si tratta di un criterio relativo, sfumato, ma che consente, questo il vantaggio, una misura del caso concreto.

Seguendo il suo ragionamento non si rischia di sconfiggere una lunga tradizione di teoria del diritto, che ci ha insegnato che la norma deve rispondere ad un criterio di astrattezza e di universalità?
L’anonimato non è un principio che possiamo enunciare in maniera astratta e assoluta, va misurato sul caso concreto. La ragionevolezza ci consente di esprimere un giudizio caso per caso. L’equità non è forse applicazione della giustizia al caso concreto? Questo non toglie nulla alle connotazioni di astrattezza e universalità della norma, che ci insegnano i manuali giuridici.

Sicurezza, parità e rete


Lei è partner scientifico del “G8 Gaming”, il seminario organizzato dal gruppo Crif, dall’ Alma Graduate School, da Paola Guerra docente presso l’Università Cattolica Telematica TELMA e da Alberto Anfossi, sociologo della politica esperto di relazioni internazionali. L’appuntamento ha messo a confronto istituzioni, imprese ed esperti di livello internazionale, tratta dell’anonimato in rapporto alla sicurezza e alla privacy. Quali saranno le tematiche  oggetto del prossimo Summit internazionale di Dubai che vedrà a confronto i manager della Security di aziende e istituzioni ?
Un aspetto molto importante su cui dovremo anche nel futuro puntare l’attenzione riguarda il livello di confronto e di dialogo tra i Garanti a livello europeo. Sarà necessaria  un’implementazione sempre più globale della legge sulla protezione dei dati personali. Il recente conflitto tra Google e i Garanti esprime molto bene questa dimensione globale cui il diritto non può più sottrarsi. Per quanto concerne la sfera dell’anonimato debbo precisare che la risposta verrà non tanto dai legislatori, il terreno di analisi è infatti quello della giustizia amministrata.

Il valore della sicurezza sta schiacciando quello della libertà. Torna di attualità il monito da Freud espresso nel Disagio della civiltà, saggio che ha avuto il merito di mettere in luce questa tensione anticipando tanti dibattiti. Zygmunt Bauman il sociologo della “società liquida” riprende il dualismo freudiano, nell’ultimo suo lavoro si legge che: “Sicurezza, parità e rete, hanno sostituito i valori dell’”89 francese libertà, fraternità, uguaglianza”. Una giurista che valenza dà a questi termini?
Indipendentemente dal fatto che si è effettivamente alzato il livello di rischio, l’insicurezza percepita è certamente aumentata. Questo giustifica l’affermazione di Bauman. E’ un dato oggettivo  evidente in molti contesti. Tempo e informazione sono diventate le due categorie critiche per chi si occupa di sicurezza. In particolare l’informazione si è spostata sui binari digitali, assumendo un valore strategico sempre più alto. Ci accorgiamo di quanto sia importante questo asset intangibile quando viene messo sotto attacco, quando l’informazione viene rubata o falsificata. Molti enti, mi riferisco in particolare agli enti pubblici, non si rendono conto del valore di queste ricchezze di cui dispongono negli archivi e perciò non riescono a valorizzare e stimare l’informazione. Stesso ragionamento vale per le imprese. Sotto questo aspetto la legge sulla privacy ha acceso un faro importante.

La tutela del corpo elettronico è un aspetto ineliminabile della società dell’eguaglianza. Sei d’accordo con questa posizione espressa da Stefano Rodotà? Il progetto di una costituzione per Internet spalleggiato dall’ex Garante  ha una prospettiva concreta?
Rodotà ha sempre delle immagini molto evocative e suggestive, inconfutabili dal punto di vista teorico. Il problema è che le nostre molteplici proiezioni elettroniche devono trovare una regolamentazione dal punto di vista giuridico. La legge rispetto a certe violazioni rimane comunque un’arma spuntata. Per esercitare un controllo più puntuale bisognerebbe che ciascuno di noi agisse nei confronti del titolare del trattamento, richiedesse l’autorizzazione all’accesso delle informazioni, rispettando scrupolosamente i passaggi di un processo. Sulla carta la tutela esiste, bisogna ancora lavorare perché manca una consapevolezza diffusa. Se non facciamo uno scatto culturale non si possono attivare i meccanismi di protezione previsti dalla legge.

La necessità di una lex informatica

La cronaca ha offerto molti casi eclatanti, dalla pubblicazione delle dichiarazione dei redditi che qualche mese fa ha generato scalpore e polemiche, al caso di Google. Al di là del battage mediatico cosa bisogna apprendere da questi episodi che hanno generato una forte reazione nell’opinione pubblica?
Si assiste ad una generale confusione. Il giusto e il lecito non sempre coincidono. E’ sempre stato così, tra il sentire comune e la lettera della legge c’è uno scollamento. Se il Garante si oppone alla pubblicazione dei redditi degli italiani è perché la legge lo prevede, anche se a tutta prima può apparire ingiusto. Altro risvolto importante concerne l’effettività della norma. Nel caso di Google il ricorrente aveva chiesto che venisse applicato il diritto all’oblio, cioè che la sua identità elettronica venisse cancellata. Il provvedimento favorevole del Garante che ne è seguito non ci dice però nulla sulla sua reale applicazione. La dimensione di Internet e mi riaggancio alla sua domanda sulla necessità di varare una costituzione, pone, a mio avviso, un forte problema di effettività della legge. Da qui l’esigenza di articolare una lex informatica.

Nella prima fase di sviluppo del web la rete è stata sinonimo di libertà. Tecnologia e regole non sono allora inconciliabili ? Rispetto al rapidissimo sviluppo degli apparati informatici e telematici bisogna essere proibizionisti o anarchici ?
Il mondo tecnologico ha delle regole che sono veicolate dalla tecnologia. Siamo immersi nelle tecnologie come in un universo omeopatico, per usare un’immagine di de Kerckhove. Gli stessi processi decisionali si sviluppano nella dimensione reticolare. C’è una intelligenza giuridica e tecnica che vive dentro le regole, che informa le norme e le ricrea adattandole al contesto di applicazione.

L’approccio giuridico può aiutarci a ricomporre il dualismo denunciato dal filosofo Umberto Galimberti che divide la sfera della psiche e la sfera della techné ?
Non so se può ricomporre il dualismo di fondo in termini culturali o filosofici. Certamente il diritto può rendere più controllabili gli apparati dell’ICT, grazie all’elaborazione di norme che dobbiamo scrivere sul software, questa è la sfida. Mi rendo conto che vi può essere in questa soluzione un difetto di trasparenza, che va colmato con le attività di comunicazione.

Altro aspetto cruciale è quello della formazione. Qual è la sua percezione da studiosa sulla realtà di un sistema-paese, che tradisce disparità geografiche e divide culturali preoccupanti?
Gli investimenti in formazione continuano a segnare il passo. Stessi problemi riguardano il fronte della ricerca. I nostri docenti sono tra i più produttivi, ma non godono di sostegni di alcun genere, questo è un fatto grave. L’iniziativa del “G8 Gaming”, che vede affiancate istituzioni prestigiose quali l’Alma Graduate Shool di Bologna e  il Gruppo Crif ha il merito di sottoporre all’attenzione del pubblico delle questioni cruciali con un metodo ludico. E’ solo un esempio, altre strade potrebbero certamente essere battute. Il gioco di ruolo obbliga i partecipanti, che esprimono tutti professionalità molto importanti e specifiche, ad entrare nel vivo delle questioni assumendosi dei rischi e soprattutto non sfuggendo alle responsabilità. Credo che  sia questa la strada da battere: interpretare i nuovi linguaggi della formazione, sapendoli tradurre nel contesto sociale e culturale in cui operiamo. A questa sensibilità va aggiunto un lavoro costante sulle core competence che devono svilupparsi agli stessi ritmi di progresso della scienza, delle tecnologie e del diritto.