Il terrorismo islamico è vivo e vegeto, altro che sconfitto

Il terrorismo islamico è vivo e vegeto, altro che sconfitto

Sono giorni di ansia profonda. Cinque soldati italiani sono stati vittime di un attentato nei pressi di Kirkuk, rivendicato, come riferisce Site, da Daesh, ed ora tre di questi si trovano in gravi condizioni.

Fanno parte del team misto di Forze speciali italiane, due dei feriti sono effettivi al nono reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin dell’Esercito e tre appartengono al Gruppo operativo incursori Comsubin della Marina militare. Non rivelo i nomi anche se è già successo perché concordo con la giusta preoccupazione delle famiglie che non volevano che venissero rilevati per ovvi motivi di sicurezza vista la loro appartenenza alle Forze Speciali. Triste coincidenza il fatto che, proprio in questi giorni, ricada il 16° anniversario della tremenda strage dei Carabinieri di Nassirya presso la base italiana del Multinational Specialized Unit italiana che provocò 28 morti, 19 italiani e 9 iracheni.

L’uccisione di Al-Baghdadi non ha segnato la sconfitta del Califfato, bensì ha svelato il principio della terza fase di vita dello Stato Islamico.

La seconda fase ha avuto inizio dal ritiro dell’occupazione territoriale e con l’ultimo videomessaggio del Califfato. Ora sarà importantissimo analizzare quanto avverrà sul territorio tra la Siria e l’Iraq. Quello che sta succedendo nell’area, soprattutto dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi e i movimenti della Turchia di Erdogan contro i Curdi, assume i tratti di un Medio Oriente post-americano, con il rischio elevato di un massiccio movimento di foreign fighters che fuggono dalle prigioni curde e di affiliati allo Stato Islamico che terranno viva la più temuta organizzazione jihadista del mondo.

La minaccia di Daesh, quindi resta alta e si muove in uno spazio enorme che va dal Mali, all’Iraq, dall’Afghanistan alla Siria. Pur con l’eliminazione di Al-Baghdadi, sappiamo bene che è già pronto il suo successore, il misterioso Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, che tanto per farsi subito notare, ha promesso di «far soffrire» Europa e America «persino più» del suo predecessore. Immediatamente, dalla Siria orientale al Sahel, i giuramenti di fedeltà al capo si sono susseguiti accompagnati dalla promessa di nuovi spargimenti di sangue.

Di certo l’operazione condotta dagli Usa contro il Califfo e portata a termine con successo, rappresenta un duro colpo inferto all’Isis, ma non bisogna sottovalutare come si è mosso in questi ultimi mesi, quando ha mostrato la sua drammatica vitalità con attentati che hanno colpito l’estremo oriente e l’occidente.

Siamo dunque in una nuova fase del terrorismo islamico tenendo ben presente sia il ruolo che Al Baghdadi ha avuto sino ad ora, sia la capacità di Daesh di rigenerarsi, soprattutto studiando nuove strategie per perseguire il jihad e per tentare di accentrare su di sé le energie jihadiste di tutto il mondo. Come già paventato, oggi paradossalmente è ancora più alto il rischio che si torni a colpire di nuovo in Europa, ricercando gesti non necessariamente complessi, basti pensare a quanto accaduto al Bataclan in sincronia con altri attentati per le strade di Parigi. Possono intensificarsi quei gesti individuali che hanno l’obiettivo di creare danni e produrre paura e terrore.

Ricordiamoci sempre la vera forza del Califfato in questi anni, ovvero i numerosi fondi che arrivano all’ Organizzazione e alla sua capacità di trarre profitto dalle devastazioni in Irak, Siria e ora Libia, per ottenere dei pozzi di oro nero da rivendere illegalmente.

Bisogna tener presente che Daesh genera un enorme volume di entrate al suo interno e tutto questo denaro non viaggia in valigette, bensì entra in circuiti finanziari e bancari che garantiscono un veloce trasferimento. Ed è qui che bisogna intensificare le indagini, le investigazioni, il controllo. Capire chi è complice del Califfato. Chi apre per loro conti cifrati in quei Paesi. Ad oggi quindi si è lottato il Califfato sul campo delimitando l’espansione territoriale e facendo naufragare il sogno di un vero e proprio Stato Islamico. Ad oggi però l’Occidente non ha ancora trovato una strategia per fermare questi enormi flussi di denaro e colpire quegli Stati che facilitano ingressi sicuri nel sistema finanziario.

Per molti anni le finanze dello Stato Islamico si sono basate sui ricavi di operazioni criminali, di rapine e di vendita del greggio estratto da pozzi petroliferi iracheni e siriani. Secondo alcune stime, la vendita di petrolio garantirebbe all’ISIS un profitto di circa 1,5 milioni di dollari al giorno. Più di recente, i miliziani dello Stato Islamico hanno avviato una vera e propria economia di guerra: Daesh ha controllato magazzini e raffinerie, e messo in piedi un sistema molto articolato di estorsioni ai danni di imprenditori e di vendita di ex-proprietà governative ed equipaggiamenti militari americani (tra cui anche gli Humvee, veicoli militari dell’esercito americano sequestrati dalle basi militari irachene e forniti dagli Stati Uniti al governo di Baghdad dopo la caduta di Saddam Hussein). Inoltre ricordiamo che Daesh ha usato anche le nuove tecnologie e i social media per raccogliere le donazioni dei singoli individui ed ha potuto contare su un proprio periodico, la rivista Al-Naba ,per tenere informati i donatori sui progressi delle operazioni militari, mentre su Twitter è stato possibile vedere le foto degli equipaggiamenti militari e degli avanzamenti territoriali del gruppo.

Lo Stato Islamico, ha inoltre ottenuto anche circa mezzo miliardo di dollari sequestrando i contanti tenuti nelle banche nell’Iraq settentrionale e occidentale, durante la rapida avanzata dell’estate del 2014.

Altra fonte di guadagno è il traffico di droga che Daesh non lesina, anzi.

La droga (soprattutto il Captagon e la fenitillina) che, oltre ad essere usata dai jihadisti dell’IS per inibire la paura durante le loro azioni terroristiche (come si è scoperto nella camera dell’hotel dove alloggiava Abdeslam Salah, uno dei terroristi che ha partecipato agli attacchi di Parigi o ancora, a seguito dell’attentato sulla spiaggia di Sousse, in Tunisia,
in cui sono state uccise 38 persone, dall’autopsia sul corpo dell’attentatore Rezgui ), è la merce più redditizia relativa al traffico internazionale.
Il Captagon viene prodotto a partire dalla fenitillina, una molecola anfetaminica che viene mischiata con la caffeina.Secondo lo psichiatra libanese Elie Chédid, questa combinazione stimola la dopamina e migliora la concentrazione dell’individuo. Per queste ragioni in passato il Captagon era usato come farmaco, in particolare per il trattamento della narcolessia e dell’iperattività, prima di essere considerato una sostanza che crea dipendenza, ed essere vietata in molti paesi dal 1980. Sin dal 2012, la fabbricazione di Captagon in Libano, che fino a quel momento era stato il primo paese produttore, si è spostata in Siria.
Come emerge da uno studio dell’Internazionale, la maggior parte delle pillole è ora prodotta in Siria. La droga viene poi trasportata in barca o in auto dalla Siria, in Libano e Giordania. Secondo le cifre dell’Organizzazione mondiale delle dogane (Omd), la quantità di pillole sequestrate nel paese della penisola arabica è aumentata.
Insomma per colpire alle fondamenta e definitivamente lo Stato Islamico bisogna colpire alla radice il problema, prosciugare le fonti, tracciare e bloccare i flussi di denaro, individuare gli occulti fiancheggiatori.

Daesh ha perso il suo Califfo e gran parte del suo Califfato, ma non illudiamoci, infatti la risposta, se questo fosse possibile, potrebbe essere ancora più violenta di prima e possibile in tutto il Mondo.

 

 

di Biagino Costanzo Presidente di KNOSSO™ , Socio AIPSA e Docente a.c. in Scienze criminologiche per la Difesa e la Sicurezza