Il Comandante ed il Manager

di Andrea Chittaro.

Le notizie arrivate, in questi ultimi due giorni, da Piacenza dove un’intera Stazione Carabinieri è stata disarticolata nei suoi componenti, con finanche l’immobile sequestrato, non possono che lasciare attoniti. Ed il disagio cresce ancora in chi quell’uniforme l’ha vestita e tuttora la rispetta come un’immagine sacra, l’incarnazione di valori a cui migliaia di giovani hanno votato l’esistenza fino al sacrificio della loro stessa vita.

Ma, purtroppo, l’eroismo di molti passa sempre più in secondo piano di fronte alle gesta di pochi.

Le figure esemplari di un Salvo D’Acquisto, un Carlo Alberto Dalla Chiesa o dei Martiri di Nassiriya sembrano appannarsi e sbiadire di fronte alla forza suggestiva di azioni degne più del copione di Gomorra che di un brogliaccio del servizio giornaliero di una caserma. Ed anche refrain del richiamo alle “poche mele marce” non vale più a mitigare il senso di sfiducia dell’”uomo comune” che dopo aver fatto strame dell’indice di gradimento della gran parte del mondo istituzionale, oggi sembra aggredire, con eguale intensità, anche la Benemerita, da sempre ai primi posti nelle preferenze e nella considerazione degli italiani.

E mentre si susseguono commenti e giudizi severi, talvolta, anche ingenerosi, il Comandante Generale dell’Arma sente il bisogno di andare, una volta in più, in televisione a rivendicare la frustrazione della “maggioranza silenziosa” dei carabinieri, mettendoci la faccia ed un impegno morale ad adottare provvedimenti immediati che, però, non potranno travalicare i limiti del giusto processo e la definitiva affermazione di responsabilità al terzo grado di giudizio che la nostra Costituzione garantisce a chiunque, anche al vero o presunto servitore infedele dello Stato.

Così lo smarrimento cresce esponenzialmente in un’opinione pubblica sempre più informata tramite la frettolosa quanto approssimativa liquidità dei social media e molto meno incline ad interrogarsi sulle origini di un disagio che l’immaginario collettivo si rifiuta di ritenere proprio di un’Istituzione secolare che ha attraversato indenne le pagine della storia, forte delle sue tradizioni e del valore indiscusso delle sue donne e dei suoi uomini.

Mentre taluni arrivano a metterne addirittura in discussione la validità del modello organizzativo e normativo dimenticando il valore intrinseco di cui l’”asset Arma” gode ben oltre i confini nazionali, è forse il caso di soffermarsi su aspetti talvolta meno considerati ma che possono offrire una chiave di lettura per simili accadimenti anche in un’ottica di riscoperta di modelli comportamentali che sono stati il vero quid pluris dei Carabinieri nel passato, proprio a partire dalla loro “classe dirigente”

Se un modesto contributo di riflessione sull’argomento può giungere anche dal mondo della sicurezza aziendale, questo si fonda su considerazioni che dovrebbero, ancora far riflettere, vero come è vero che una recente ricerca condotta da AIPSA, l’Associazione Italiana dei Professionisti della Security Aziendale, ha evidenziato che oggi in Italia su 100 posizioni di vertice della Security aziendale più della metà sono occupate da manager con un trascorso professionale nell’Arma dei Carabinieri.

E’ evidente che, pur in presenza di trend evolutivi che vedono oggi affermarsi figure anche di diverse provenienze e background, il “marchio d’origine” dell’Arma, ma anche di altre forze di polizia, ha ancora un certo appeal nelle scelte delle aziende che riconoscono nel bagaglio esperienziale e valoriale di tali professionisti, il profilo ideale per ricoprire posizioni con peculiari sensibilità, dove i termini affidabilità, lealtà, rettitudine, esempio, costituiscono una cifra che probabilmente fa premio su altre connotazioni o pur apprezzabili titoli accademici.

Qui, è bene dirlo, nasce talvolta un equivoco di fondo suscettibile di ingenerare false aspettative e prospettive “distorte” in chi onora quotidianamente la missione istituzionale ma, al contempo, valuta anche diverse alternative di sviluppo.

Una certa narrativa che affonda le sue radici tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 ha cercato di creare le condizioni per accompagnare nei percorsi formativi dell’Ufficiale dei Carabinieri, al ruolo, la visione, la portata del “Comandante di uomini” quello più algido ma apparentemente più evocativo di “Manager”. Ed è stato cosi che, nei Corsi d’Accademia e nelle Scuole di formazione moduli di “sviluppo manageriale” si sono affacciati dando, in seguito, la sensazione giusta o sbagliata che fosse, di anteporsi alla portata di istituti come, ad esempio, “l’arte del Comando” o l’”attitudine militare”, funzionali allo sviluppo di soft skills ritenute, erroneamente, meno spendibili in termini di curriculum.

Certo, le sfide del mondo moderno impongono che i programmi di formazione si evolvano di pari passo all’affermarsi di nuovi bisogni, scenari, strumenti. Sarebbe illogica la pretesa di un “vincolo della tradizione” che anteponga, si perdonerà l’iperbole, spadino e képì a conoscenze in materia di intelligence economica, geopolitica o diritto delle nuove tecnologie.

Ma è altrettanto vero che la robusta padronanza di abilità solo in parte attribuibili alla formazione ma che attengono anche all’attitudine, all’istinto e ad una definita e convintamente rivendicata cornice di valori, hanno, per tanto tempo, consentito a generazioni di ufficiali di mantenere un “governo del personale” saldo e discretamente impermeabile a certe devianze indotte dal contesto sociale. In questo il senso di appartenenza e l’interpretazione del ruolo con spirito di missione e dedizione totale piuttosto che come mero adempimento contrattuale, hanno contribuito alla costruzione di un modello di comando fondato sulla partecipazione attiva e sull’esempio, due elementi non propriamente trascurabili quali antidoto alle odierne degenerazioni.

Pertanto, potrebbe non essere peregrino pensare che un “ritorno alle origini” e alla centralità della “formazione di Comandanti” con la C maiuscola in luogo della pur attraente allure manageriale, possa costituire una prima ed importante risposta strutturale a legittime istanze di un cambiamento di passo.

Del resto, esiste e resiste un modo dell’essere Carabiniere questo si imperturbabile al trascorrere delle stagioni: quello ben impersonificato dalla già citata “maggioranza silenziosa” che dovrebbe farsi, all’opposto, voce tuonante nel marcare le differenze e pretendere un ritorno a leadership autorevoli e coraggiose.

In sintesi, crescere buoni Comandanti significherà disporre anche di risorse con buone qualità manageriali, indipendentemente dal settore di impiego. Invertire i fattori, in questo caso il prodotto lo cambierebbe. E, probabilmente, non in meglio.

Sint ut sunt aut non sint

 

Andrea Chittaro
Senior Vice President Global Security & Cyber Defence Department presso Snam
Presidente di AIPSA